Bee My Job: un’opportunità per aziende e rifugiati

Mettiamo alcune imprese leader nel settore dell’apicoltura. Mettiamo un gruppo di ragazzi arrivati in Italia da varie parti del mondo per fuggire dalla guerra, dalla fame, dalle torture e cercare un futuro migliore. Aggiungiamo la voglia di mettersi in gioco, con una nuova professione e poi loro, quegli straordinari animali che sono le api. Ed ecco che nasce un percorso, una nuova esperienza di vita per un gruppo di giovani, quattro richiedenti asilo provenienti da diversi paesi dell’Africa, e al tempo stesso per due aziende piemontesi che con loro hanno iniziato a lavorare.

Tutto nasce ad Alessandria, grazie all’Associazione di promozione sociale Cambalache, ideatrice del progetto Bee My job, possibile anche grazie al contributo della Fondazione SociAL e una rete di partner, tra cui enti pubblici e del privato sociale locale e associazioni apistiche di rilevanza nazionale. Un progetto intensivo capace di coinvolgere 18 richiedenti asilo che sono stati introdotti nel mondo dell’apicoltura e formati con nozioni di base e specifiche, in grado di prepararli ad essere attivamente impiegati nelle aziende del settore. La scorsa stagione, quattro di loro sono stati accolti con contratti di tirocinio in due aziende apistiche piemontesi, esperienza che gli ha permesso di crescere in ambito lavorativo e che ha consentito alle imprese coinvolte di collaborare con giovani pieni di entusiasmo e preparati.

“Presso la nostra azienda abbiamo attivato un tirocinio di un anno, ancora in essere, per un ragazzo di nome Ismail della Guinea, e uno di tre mesi, con Ibrahim, del Gambia, terminato a fine agosto”, spiega Francesco Panella, titolare di Apiari degli Speziali, importante realtà del settore con sede vicino a Novi Ligure (Alessandria). “In passato avevamo avuto difficoltà nel reperimento della mano d’opera, perché nel nostro settore sono necessarie competenze specifiche, a cui si somma il problema della paura delle api e delle punture. Con i due ragazzi ci siamo trovati molto bene, anche perché erano stati adeguatamente formati. E per questo devo fare i complimenti agli ideatori del progetto. Ci hanno dimostrato una grande energia lavorativa, hanno una marcia in più anche rispetto a tanti lavoratori italiani, un po’ com’era per i nostri emigranti. La nostra esperienza dimostra che, dove si riesce a intraprendere un percorso, il beneficio è alto per tutti”.

Un percorso che, a ben pensarci, va in totale controtendenza rispetto a tante vicende di sfruttamento, caporalato, vero e proprio schiavismo in ambito agricolo che attraversano l’Italia da nord a sud. I ragazzi coinvolti nel progetto hanno tutti un contratto regolare e sono stati seguiti dalle aziende anche per quanto riguarda la sistemazione in appartamenti. Il coinvolgimento nel progetto lavorativo ha inoltre facilitato il loro iter legale, come nel caso di Ibrahim, a cui è stata riconosciuta la protezione per motivi umanitari considerando il suo impegno per integrarsi in Italia. Un’opportunità in più rispetto a tanti casi in cui la possibilità di restare in Italia viene bruscamente interrotta dai frequenti no delle Commissioni Territoriali. Dinieghi che rischiano di mandare all’aria mesi di impegno da parte delle associazioni sul territorio e che spesso distruggono ogni forma di speranza per il futuro.

“Si vede – continua Panella – che sono ragazzi con un passato di sofferenza. Inizialmente vivevano ogni minima osservazione, anche i consigli sul lavoro più banali, come ordini, più che come linee guida da seguire. Come se avessero una concezione del lavoro di tipo schiavistico. Era giusto dare loro un’opportunità diversa, permettergli di capire che esiste la possibilità di svolgere una professione in maniera serena”. L’azienda, che conta cinque lavoratori e ha un’attività fortemente stagionale come tutte nel settore, ha trovato un appartamento dove far vivere i due ragazzi e ha fornito loro delle biciclette per raggiungere il posto di lavoro. E poi un computer attraverso cui comunicare con le famiglie, “aspetto molto importante per loro che hanno difficoltà ad aprirsi con le persone nuove e raccontare i trascorsi dolorosi del passato”, spiega l’imprenditore.

Esperienza simile è quella vissuta dall’Apicoltura Alessandro Piemontesi, di Fontaneto d’Agogna (Novara), che ha attivato a sua volta due tirocini ad altrettanti richiedenti asilo. “I ragazzi, uno del Ghana, 26 anni, e uno della Costa d’Avorio, 32 anni, hanno iniziato il percorso attraverso il progetto Bee My Job”, spiega Claudia Piemontesi, sottolineando che la decisione di accoglierli “è stata presa soprattutto per una questione umanitaria e di sensibilità, come già l’azienda aveva fatto in passato aprendo le porte a chi aveva bisogno. Ed è stato per noi motivo di arricchimento e crescita personale. Un importante confronto con altre culture”. “A parte qualche iniziale difficoltà soprattutto di comunicazione – aggiunge – i ragazzi hanno dimostrato di essere molto volenterosi anche se il nostro è un settore difficile, molto specialistico. Abbiamo cercato di dare loro una certa autonomia, affittando un appartamento a 500 metri dall’azienda e dotandoli di una bicicletta. Ci hanno spiegato qualcosa della loro vita, ma tendono a raccontare poco, sono molto riservati, come la maggior parte delle persone che si trovano nella loro difficile condizione”. Il più giovane dei due, Dauda, ha ottenuto la protezione per motivi umanitari e ha terminato il tirocinio il 30 ottobre, mentre l’altro, Aboubacar, è ancora in attesa e per lui, spiega Claudia Piemontesi “abbiamo prorogato il contratto per continuare a lavorare insieme”.

Intanto, il progetto Bee My Job sul territorio alessandrino non si ferma, con l’idea di formare nuovi apicoltori e dare loro una speranza per il futuro, magari con un impiego in altre aziende del settore disposte ad aprire le proprie porte e a creare opportunità di lavoro. Un percorso che a ottobre si è arricchito anche grazie all’inaugurazione dell’apiario urbano da parte dell’Associazione Cambalache. Un apiario dotato di dieci arnie e aperto nei pressi del Forte Acqui (fortino del XIX secolo ormai dismesso e circondato da una folta vegetazione), con la collaborazione delle istituzioni cittadine. Obiettivo: dare al territorio e alla cittadinanza l’opportunità di conoscere maggiormente il mondo delle api e il loro ruolo nell’ecosistema, continuare le attività di formazione per i richiedenti asilo, produrre miele per garantire la sostenibilità del progetto, dare vita a sinergie con altre realtà impegnate nel sociale e nel settore ambientale. Una realtà dove il rispetto per la natura e il rispetto per l’uomo vanno a braccetto e creano nuove opportunità per il futuro.

Articolo di Ilaria Leccardi 

Pubblicato sulla rivista L’Apis N 2 Febbraio 2016

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