A scuola di italiano

L’apprendimento dell’italiano è fondamentale per l’integrazione sociale e lavorativa degli ospiti dell’associazione. Per questo frequentano corsi di lingua nel corso dell’anno scolastico presso il CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) della Provincia di Alessandria. Per permettergli di acquisire questo importante strumento nel minor tempo possibile, alle lezioni presso il CPIA sono state associate lezioni tenute da volontari presso la nostra sede; lezioni che nel corso dell’estate, con la chiusura del CPIA, sono state potenziate con il progetto “Percorsi”: per il secondo anno, per evitare una sospensione delle attività troppo lunga, i ragazzi, divisi in sei gruppi in base alle competenze linguistiche, hanno seguito le lezioni due volte a settimana seguiti da Martina, un’insegnante di italiano L2 che svolge il tirocinio di master presso la nostra associazione, e da Francesca, Mariagrazia e Matteo, i volontari che hanno condotto le lezioni con i ragazzi nel corso dell’anno.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda sulla loro esperienza e sulle loro opinioni riguardo alla scuola di italiano.

Perché è così importante per i ragazzi imparare la lingua italiana?

Martina: “Queste persone hanno poco potere decisionale: quando arrivano Italia sono mandati, collocati, spostati, accuditi…spesso la mancanza di agency è dovuta all’impossibilità di interagire in prima persona con gli interlocutori che incontrano nel loro percorso di richiesta di asilo. La lingua è uno strumento fondamentale per riappropriasi della propria autonomia decisionale e per essere artefici del proprio percorso migratorio. Inoltre i ragazzi durante le lezioni non solo apprendono la lingua, ma sviluppano una maggiore fiducia in se stessi e nelle proprie capacità: spesso si tratta di persone analfabete, che non hanno avuto la possibilità di frequentare la scuola nel paese d’origine. A scuola di italiano si confrontano spesso per la prima volta con lo studio e con un insegnante. Quando si rendono conto di apprendere la loro autostima aumenta insieme alla voglia e alla capacità di affrontare nuove sfide”.

Francesca: “Sapere l’italiano è importante non solo per integrarsi lavorativamente e socialmente, ma anche per potersi difendere dalle intolleranze poiché permette loro di controbattere alle accuse che vengono imputate ai migranti, di spiegare il proprio punto di vista, di raccontare la propria storia”.

Mariagrazia: “Non sappiamo se questi ragazzi resteranno in Italia o se il loro percorso migratorio li porterà altrove e se utilizzeranno ancora l’italiano. Ciò che è certo è che la lingua è cultura e apprendendola gli studenti si appropriano di un sistema culturale lontano da quello natio e che in caso dovessero migrare in altri paesi occidentali gli sarà comunque utile per integrarsi più rapidamente”.

Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a dedicare il vostro tempo in questa attività?

Francesca: “Ho iniziato a insegnare per rendermi utile, ho visto che le mie lezioni sortivano dei risultati e tutto questo mi ha dato molta soddisfazione: un’altra ragione per continuare in questa attività”

Mariagrazia: “Ho sempre cercato di dedicare il mio tempo per aiutare gli altri, compatibilmente con gli impegni lavorativi e famigliari. Negli ultimi tempi ho visto aumentare la richiesta di accoglienza e nel contempo, le ostilità nei confronti delle persone che arrivano nel nostro paese. Ho pensato che avessero bisogno di aiuto e ho cercato di dare una mano come potevo, aiutandoli a imparare la lingua, a integrarsi e quindi a combattere questa ostilità”.

Quali erano le principali preoccupazioni o aspettative prima di iniziare? Sono state confermate?

Marigrazia: “Non avendo esperienza nell’insegnamento, la mia paura era quella di non essere in grado di stabilire un percorso didattico che potesse essere utile per loro, di non essere una buona insegnante. Anche ora ogni tanto ho il timore di non essere all’altezza. Inoltre temevo che la mia competenza dell’inglese e del francese non fosse adeguata, preoccupazione aumentata dal fatto che queste lingue ponte utilizzate a lezione non erano per nessuno una prima lingua e quindi le difficoltà sarebbero state ancora maggiori”.

Francesca “Anche nel mio caso la principale preoccupazione era proprio quella di non riuscire ad insegnare qualcosa che per questi ragazzi non è un di più, ma uno strumento essenziale. Mi sono sentita addosso una grande responsabilità. Inoltre anche in me la competenza nella lingua inglese suscitava qualche timore, perché avrei dovuto utilizzarla con persone che la parlano molto meglio di me per spiegare anche regole complesse. Poi ho avuto dei rimandi positivi da parte dei miei studenti e quindi mi sono tranquillizzata”.

Matteo: “Per me le principali preoccupazioni erano di ordine pratico, in particolare legate alla lingua: avrei dovuto parlare francese con il mio studente analfabeta e non lo usavo dal 1962..poi ho scoperto che nonostante provenisse da un paese francofono, non aveva avuto la possibilità di studiare francese a scuola e ci siamo arrangiati con la volontà di comprenderci a vicenda, superando l’ostacolo delle reciproche difficoltà con la lingua ponte”.

Quali sono i momenti di maggiore soddisfazione?

Francesca: “Il fatto che da una volta all’altra si ricordino di usare una regola è molto gratificante. Uno dei momenti più emozionanti è stato quando uno studente analfabeta ha letto per la prima volta una sillaba…per molti può sembrare una cosa da nulla, ma avendo visto quanto impegno e fatica ci sono voluti, l’ho vissuto come un grande traguardo, per lui e per me!”

Mariagrazia: “La più grande soddisfazione è vedere come si sia creato un rapporto di amicizia con loro, per la strada ti salutano calorosamente e a lezione si sentono a loro agio e sono felici di rincontrarmi ogni settimana”.

Francesca: “Ė vero, con questi ragazzi si sono creati del legami di amicizia che trascendono le ore di lezione. Durante le iniziative dell’associazione, le feste, le cene, i momenti di interazione sono stati tanti e ogni volta i legami creati a scuola si sono rinsaldati, cosa che ovviamente ha giovato anche alle lezioni, durante le quali l’atmosfera è sempre bellissima”.

La scuola quindi non solo come luogo di integrazione linguistica, ma anche culturale e sociale. Un luogo in cui i ragazzi possono utilizzare in modo proficuo il tempo di attesa dei responsi per la propria domanda di asilo e sentirsi protagonisti del loro percorso di crescita personale. Un luogo in cui le culture si incontrano e interagiscono, arricchendo studenti e insegnanti, sempre più consapevoli che la diversità è una grande ricchezza e che in comune si ha più di quanto non si pensi. Dove i confini, almeno per un po’, non contano.

A cura di Martina Amisano

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